Per sindrome di Munchausen si intende un disturbo psichiatrico in cui i pazienti fingono o si provocano malattie e lesioni complesse per attirare l’attenzione di medici e familiari.  Queste persone sono coscienti delle proprie azioni e sanno di fingere una sintomatologia ma non riescono a spiegarne il motivo.
L’origine del nome deriva dal Barone di Munchausen, vissuto nella seconda metà del 1700 e divenuto famoso a causa della sua tendenza a raccontare storie fantastiche e poco credibili su se stesso.
Nel 1951, Asher introdusse il termine di sindrome di Munchausen, per descrivere quei pazienti che raccontano storie cliniche con sintomi fittizi e evidenze di malattia per nulla convincenti, disposti a sottomettersi a continui check up sanitari, operazioni e trattamenti non necessari, mettendo a rischio la loro stessa vita.

Diagnosi differenziale

A differenza dell’isteria, in cui resta incosciente sia il sintomo che la sua origine, nella sindrome di Munchausen la produzione dei sintomi è cosciente, mentre le motivazioni restano inconsce. I pazienti affetti da questa patologia hanno tratti masochistici e morbosità, fobie, necessità di affetto, attenzione, protezione, hanno bisogno di stare al centro delle preoccupazioni delle persone per loro importanti. Questi pazienti, pur essendo coscienti di fingere dei sintomi, lo fanno per necessità e senza capirne il motivo. È questo il tratto più distintivo della sindrome di Munchausen.
La sindrome di Munchausen va distinta anche dagli atti di simulazione in cui la persona è perfettamente cosciente di fingersi malata e lo fa per ottenere dei benefici indiretti, come ad esempio evitare gli esami o sfuggire alla giustizia.

Criteri diagnostici

  • Malattie, lesioni, ed altre condizioni patologiche simulate o auto provocate.
  • Falsità nella storia che è drammatica ma credibile.
  • Volontà di sottoporsi ad analisi cliniche e check-up.
  • Descrizioni di patologie molto stereotipate, simili a quelli che appaiono sui libri di testo.
  • Comportamento aggressivo ed elusivo.
  • Ricoveri multipli.
  • Dimissioni premature dagli ospedali.
  • Scarso ascolto dei consigli medici.

È molto complicato diagnosticare questa patologia, poiché è difficile riconoscere i sintomi fittizi dai reali problemi fisici. Una volta scoperti, questi pazienti vanno in un altro ospedale a ripetere tutto il processo.

Quadro clinico

Le manifestazioni cliniche che questi pazienti possono presentare sono molto varie, pertanto non è possibile parlare di forme cliniche tipiche. Tuttavia alcune di queste sono abbastanza ricorrenti:

  • febbre inspiegabile anche superiore al 41 gradi,
  • conoscenza della routine ospedaliera,
  • infezioni autoindotte attraverso iniezioni o applicazione locale di tossine o altre sostanze,
  • dolore persistente di origine ignota.

Molto spesso prima dell’esame psichiatrico non si trovano relazioni tra i sintomi fisici di questi pazienti e il disturbo mentale, segno di uno scarso riconoscimento della malattia da parte dei medici.
La presenza di risultati esageratamente positivi nelle analisi cliniche insieme alla sconcertante normalità di altre, può servire come indizio per sospettare la presenza della sindrome di Munchausen.

Trattamento 


La terapia di questa sindrome è ancora più complessa della sua diagnosi.
È giusto far confrontare il paziente con la sua situazione per iniziare ad esplorare le ragioni del suo comportamento.
È necessario incrementare l’autostima e combattere i comportamenti fobici, masochistici, sadici, dipendenti e insicuri che questi pazienti presentano. Il miglior modo di combattere questa patologia è un equipe terapeutica di medici, psichiatri e psicologi.
La prognosi della sindrome di Munchausen è migliore in coloro che hanno appena iniziato a manifestare i sintomi e possono contare sulla cooperazione della famiglia.  Esistono anche pazienti incurabili poiché c’è una mortalità potenziale associata a questa patologia. Una variante nuova di questa sindrome consiste nell’auto iniettarsi il virus dell’ HIV per provocarsi l’AIDS.
Purtroppo è più semplice diagnosticare questi pazienti dopo una lunga evoluzione della malattia, che prevenirla. come qualsiasi altro percorso psicoterapeutico è fondamentale la volontà del paziente di guarire per mantenere nel tempo una adeguata alleanza terapeutica.

Sindrome di Munchausen Per Procura (MSP)

Negli ultimi anni è aumentata la percentuale di casi nei bambini. È un vero e proprio abuso infantile, in cui i sintomi di malattia vengono causati dai genitori (principalmente la madre). Le madri di questi bambini soffrono di gravi problemi emozionali e spesso hanno una buona conoscenza della medicina. In assenza dei genitori, durante il ricovero ospedaliero, i sintomi migliorano drasticamente, per poi ripresentarsi con il ritorno a casa.

Per molto tempo, nell’ambito delle ricerche in psicologia economica si è creduto che la nostra maniera di reagire di fronte a certi fatti ed esperienze, corrisponde a quanto queste sono oggettivamente positive o negative per noi.
Che cosa si intende per “oggettivamente” positivo? In questo caso ci si riferisce ad un risultato che ci fa guadagnare in sicurezza, riconoscimento sociale e probabilità di ricevere stimoli piacevoli, arrivando a compensare gli sforzi, le risorse e il tempo impiegato nell’ottenere quel risultato. In altre parole, il risultato positivo si svincola da una logica economicista e razionale, quello che ci motiva è direttamente proporzionale alla quantità del valore che attribuiamo alle risorse che otteniamo.

Applicando il senso comune alle Olimpiadi

Una medaglia d’oro ci farà sempre reagire in modo più positivo rispetto ad una medaglia d’argento, perché il suo valore oggettivo è maggiore: di fatto, la sua unica utilità è quella di essere un oggetto di valore maggiore rispetto agli altri trofei. Tutti gli sportivi credono che una medaglia d’oro è migliore di una d’argento o di bronzo, si pensa logicamente che il grado di felicità e di euforia che sperimentano nel vincere le prime due, sia maggiore di quello che provano vincendo il bronzo.
Questo presupposto, tuttavia, è stato messo in discussione molte volte negli ultimi decenni, dopo che varie ricerche hanno mostrato che non sempre si reagisce in modo razionale quando dobbiamo dare un valore ai nostri traguardi o ai risultati delle nostre decisioni, anche quando queste non sono ancora state prese e si sta prevedendo quello che può succedere se si sceglie una opzione piuttosto che un’altra.

Nel 1995, alla Olimpiadi di Barcellona è stata condotta una ricerca pubblicata in “Journal of personality and social psychology”, basata sulle espressioni facciali degli atleti dopo la vittoria, .

In questa ricerca si volevano paragonare le reazioni dei vincitori di una medaglia d’argento con quelle dei vincitori di un bronzo per definire in che misura il grado di rabbia o di gioia corrispondeva al valore oggettivo del trofeo.

Per realizzare lo studio si è partiti dal presupposto che “gli occhi sono lo specchio dell’anima”: si sono prese come punto di riferimento le espressioni facciali dei vincitori.

Un gruppo di studenti doveva decidere in maniera approssimativa qual era secondo loro lo stato emotivo della persona, senza sapere quale medaglia avessero vinto realmente.

È chiaro che c’è sempre la possibilità che una persona menta, però lo sforzo e la dedizione degli sportivi di alto livello fanno in modo che sia poco probabile: la tensione e la carica emotiva associata a questo tipo di competizione sono così alte che l’autocontrollo diretto a regolare l’espressione facciale, diventi più debole. Pertanto, le loro espressioni e gesti dovrebbero essere relativamente affidabili.

Gli studenti hanno assegnato un punteggio su una scala da 1 a 10 alle reazioni degli sportivi subito dopo aver saputo della vittoria e durante la cerimonia di premiazione. Dando punteggi più bassi agli atleti che apparivano più delusi o non soddisfatti e punteggi maggiori a chi esprimeva più gioia.

Argento o bronzo?

I risultati ottenuti dai ricercatori sono stati sorprendenti. Contro quello che direbbe il senso comune, gli atleti che hanno vinto una medaglia d’argento non si mostravano più contenti di quelli che avevano ottenuto il bronzo. Di fatto, accadeva esattamente il contrario.

Partendo dalle immagini registrate subito dopo aver saputo i risultati, gli sportivi vincitori della medaglia d’argento hanno ottenuto un punteggio medio di 4,8 su 10, mentre il gruppo che ha vinto un bronzo ha avuto una media di 7,1. A punteggio più alto corrisponde maggiore gioia espressa. Lo stesso risultato è stato ottenuto anche con i punteggi realizzati sulle immagine della cerimonia di premiazione. I punteggi sono stati di 4,3 per i medagliati d’argento e 5,7 per quelli di bronzo. Continuava ad apparire più felice chi aveva vinto la medaglia di bronzo.

Che cosa era successo? Possibili ipotesi di questo fenomeno

La possibile spiegazione di questo fenomeno è data dal fatto che l’essere umano non valuta oggettivamente i suoi traguardi, ma ha a che fare con i paragoni e le aspettative del contesto di riferimento. Gli sportivi che hanno vinto la medaglia d’argento alle olimpiadi avevano mancato la medaglia d’oro mentre quelli che avevano ricevuto il bronzo avevano rischiato di non vincere nulla.  Se si innesca questo di tipo di pensiero “se avessi” si possono originare distorsioni della realtà che se prese in modo ossessivo causano sensi di colpa, sconfitta e vergogna. La reazione di tipo emotivo, pertanto, ha molto a che fare con l’alternativa immaginata: i medagliati d’argento possono arrivare a torturarsi pensando a che cosa sarebbe potuto succedere se si fossero sforzati un po’ di più o se avessero preso un’altra decisione, mentre quelli che vincono una medaglia di bronzo pensano all’alternativa peggiore di non vincere nulla, dato che questo è lo scenario più vicino alla loro situazione reale e con maggiori implicazioni emotive.

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